Il pallone lo portiamo noi

Se non si fosse ancora capito, il Corriere dello sport-Stadio sostiene con forza chi insegue la ripresa del campionato, il ritorno al calcio, ed è disposto ad accontentarsi – incoraggiandola per il tempo che servirà – di una normalità dimezzata. Lo stiamo scrivendo in tutti i modi, con le parole giuste e con quelle sbagliate, perfino ospitando le opinioni di chi ha posizioni e sentimenti diametralmente opposti.

La nostra non è ignoranza, per dirla alla Albertini, e per più di una ragione: la principale è che restiamo collegati con questo disgraziatissimo mondo ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, prima, durante e dopo il bollettino delle diciotto.

Guardiamo oltre la vetrata appannata dalla paura e ci auguriamo che i calciatori tornino in campo; che gli arbitri ricomincino a fischiare; che il Var li induca a correggere eventualmente l’errore; che gli appassionati non dimentichino quello che stanno passando; che qualche presidente non eserciti pressioni sul Governo (io mi fido di Spadafora) per spingerlo a decretare la fine dei giochi e costringere – che so – le pay a pagare per ciò che non possono mostrare (e che qualcuno della Lega di A non proibisca agli stessi presidenti di avere contatti diretti con i broadcaster). Vogliamo tornare alla vita che lasciammo l’8 marzo. Non abbiamo paura di retrocedere, né di fallire sportivamente. Retrocessione e fallimento sono parenti stretti di chi insegue scorciatoie sfuggendo alle proprie responsabilità..

Il calcio, lo sport, è la parte più naturale e bella di noi, è la nostra passione, il nostro mestiere, il nostro divertimento, la gioia e la rabbia di un momento o di una vita. È questo il nostro modo di sfidare il virus: con l’ostinazione della speranza che coltivano anche i presidenti delle categorie inferiori, da Balata a Ghirelli, a Sibilia. Ci arrenderemo soltanto quando non sarà più possibile sognare.

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